Steve Diet Goedde: 25 anni di carriera racchiusi in un libro da maestro

Steve Diet Goedde, fotografo internazionale stimato nell’ambito del Fetish e non solo, celebra i 25 anni della propria carriera con una raccolta di fotografie e un’intervista con noi di Alufem Magazine!
L’ autore di infinite collaborazioni con i protagonisti e le protagoniste di questo movimento culturale underground, si racconta e ci racconta la sua arte, direttamente da uno dei suoi cuori pulsanti: Los Angeles, che è sicuramente stato uno dei motori che hanno plasmato il Fetish negli ultimi 20 anni (insieme a quello che accadeva a Londra) e che, ancora oggi e prodigo d’influenze anche per il mainstream Fashion tradizionale.

In cosa si differenzia il nuovo libro EXTEMPORE dalla serie ARRANGEMENTS?

Questo libro è un progetto parallelo diverso. EXTEMPORE esplora l’aspetto più personale del mio lavoro. Oltre alle pose formali e canoniche, amo catturare le mie modelle quando sono se stesse, mentre si aggiustano I loro vestiti o semplicemente mentre si divertono davanti alla macchina fotografica per essere pronte per il prossimo scatto “serio”. Qualche volta preferisco scatti più leggeri che catturano momenti di spontaneità giocosa e candida. Questa raccolta per la maggior parte inedita, rappresenta gran parte del contenuto di questo libro. Il progetto “ARRANGEMENTS” è una parte di una raccolta fotografica di 25 anni di carriera, a partire da scatti che ormai rappresentano dei classici, fino ad immagini inedite. I volumi sono stati pubblicati con un ordine cronologico inverso, cioè il primo contiene il mio lavoro dal 2007 al 2015. Il secondo a cui sto lavorando conterrà la mia produzione dal 2000 al 2006.

Parliamo del tuo lavoro negli anni 90. Parlaci della tua evoluzione come fotografo.
Quando sei riuscito a pubblicare il tuo primo libro “The Beauty of Fetish” e qual è stato il processo di elaborazione?

Ho cominciato a scattare fotografie Fetish all’inizio degli anni 90. Il mio lavoro era diverso dalla maggior parte di quello che veniva prodotto allora nell’ambito di questo specifico genere. Esploravo una forma stilistica più personale, cercando di valorizzare la bellezza della moda Fetish e i suoi accessori, senza dimenticare la personalità specifica di ogni singola modella. Ho quasi subito avuto un riscontro positivo attraverso l’attenzione delle riviste a livello internazionale. Questo avveniva prima del massiccio avvento di Internet, era più o meno il 1995. Avevo accumulato e selezionato un buon numero di scatti, così decisi di contattare un editore nella speranza di poter pubblicare qualcosa di più importante, il mio editore preferito, era Stemmle di Zurigo, così mandai loro un piccolo portfolio. Dopo poche settimane ho ricevuto una risposta dove mi comunicavano che erano interessati a ciò che proponevo e che volevano avere altro materiale. Quindi feci un grande pacco pieno di stampe e lo inviai in Svizzera. Quasi immediatamente ricevetti tramite fax un’offerta per la pubblicazione di un libro. “The Beauty of Fetish” uscì nel 1998 e fu un successo, come risultato, mi pubblicarono un secondo volume nel 2001.

La tua opera è incentrata sulla fotografia erotica. Che cosa rende più attraente per te l’abbigliamento Fetish rispetto alla sola nudità?

Fin da quando ero un ragazzino, ero affascinato dalle scarpe da donna e dai vestiti stretti e lucenti. Diventato adolescente e più interessato diciamo così alla sessualità, compresi che; l’abbigliamento racconta un pò la storia e la personalità di chi lo indossa. Questo poi mi fu più evidente quando divenni un giovane adulto. Le donne che indossano abiti Fetish comunicano un senso di: potere, controllo e di dominio della propria sessualità. Quell’aurea di potere mi ha sempre attratto. La “semplice” nudità va bene – le curve femminili sono già da sole un’opera d’arte a prescindere da qualunque cosa, ma quando vengono accentuate e sottolineate con accessori e vestiti che le “costringono” in forme che ne esaltano la femminilità diventano una vera e propria glorificazione estetica-sessuale.

E’ ancora facile trovare la spinta necessaria per organizzare uno shooting? Come sono cambiati i tuoi criteri di selezione riguardo alle modelle? Quanto lavoro c’è dietro ad uno scatto?
Sono invecchiato, ora è più difficile che trovi la spinta per scattare.
Quando ero più giovane, le sessioni fotografiche sembravano susseguirsi spontaneamente crescendo in relazione alla mia cerchia di amicizie. Organizzare uno shooting è un lavoro di squadra – trovare le giuste modelle e la location adatta mi prende molto tempo ed energie. Riguardo alla selezione delle modelle, preferisco lavorare con modelle che sono anche amiche o con quelle con cui ho una lunga relazione professionale. Raramente mi avvicino a modelle che non conosca già, preferisco che siano loro a contattarmi o che qualcuno dei miei amici me le presenti.
Per quanto riguarda l’organizzazione degli shooting, discuto con la modella lo stile che ho in testa e poi trovo un luogo adatto al servizio. Quando siamo sul set fotografico diventa tutta una questione d’improvvisazione. Il mio compito è quello di trovare un luogo con le luci giuste e gli elementi visivi più interessanti. Mi piace lavorare con dei giusti limiti per poterne trarne poi il meglio.

Ho letto che hai molte machine fotografiche. Puoi parlarci del loro uso e delle tue preferenze?

Confrontandomi con altri amici fotografi, ho una collezione piuttosto piccola. La mia macchina fotografica è una Mamiya 645 che ho usato per trent’anni. Per quanto riguarda le machine fotografiche digitali, amo la mia Fuji X100T per la sua similitudine con le classiche 35mm SLR e la sua sorprendente varietà di colore. Oltre a questo, amo scattare con il mio iPhone e con la vecchia reflex Yashica di mio padre. A volte mi diverto con delle Holga e altre macchine fotografiche non professionali.

Dove vivi? Ho letto che hai vissuto a Los Angeles. Potresti parlarci di com’è vivere e lavorare a Los Angeles per un fotografo?

Mi sono trasferito da Chicago a Los Angeles nel 1998. Quando sono arrivato qui, ho dovuto abituarmi alla completa diversità della luce. A Chicago, le giornate sono cupe e il cielo coperto, ciò rende le luci morbide e diffuse – questa caratteristica contraddistingue I miei primi lavori. Quando mi sono abituato alla luce e ai paesaggi colorati della California del Sud, ho imparato ad ampliare il mio stile con quello che per me era una notevole novità. Vivere a Los Angeles, significa avere accesso a molti e diversi contesti naturali.

Guidando soltanto mezz’ora, è possibile raggiungere le montagne, il deserto, la campagna e l’oceano. Scattare servizi fotografici in città, comunque, può essere difficile. Los Angeles è una città molto restrittiva riguardo ai permessi necessari per scattare foto nelle sue strade urbane. Ci sono tanti registi e artisti e la città comprende il valore delle sue location. Uno dei vantaggi di Los Angeles è la grande quantità di bellissime modelle. Anche se io lavoro soltanto con un gruppo selezionato, ci sono molte modelle con cui tutti i fotografi possono lavorare. La città è anche una delle più importanti della scena artistica internazionale. Avere tanti amici creativi è una fonte d’ispirazione notevole e, possiede anche una moltitudine di gallerie che organizzano eventi culturali a cui partecipare.

Puoi parlarci delle luci? Tu lavori con luce naturale?

Uso soltanto luce naturale perché mi piace l’atmosfera familiare che crea. Voglio che le mie fotografie siano vere e riconoscibili. Non ho la pazienza di lavorare con la strumentazione necessaria per creare una luce artificiale che mi soddisfi. Mi muovo molto quando scatto, quindi deve esserci una buona luce, e quella naturale è sempre la migliore a mio parere. Faccio affidamento sulla semplicità e l’onestà di una situazione – io, la macchina fotografica e la modella.

Hai detto che cerchi di mettere insieme le immagini seguendo lo stesso processo che seguirebbe un musicista per comporre un brano. E’ un concetto molto interessante. Puoi spiegarcelo meglio.

Sono un grande amante della musica ma non ho nessun talento per essa. Uno degli aspetti della musica che mi affascinano è la composizione. Mi piace pensare che le mie fotografie siano come delle composizioni. Una profondità di campo limitata corrisponde alla focalizzazione di aree che considero come i toni bassi. Gli elementi che entrano nell’obiettivo dal sfondo sono come le percussioni. E, infine, l’atmosfera e l’espressione delle modelle sono come una lirica.

Parliamo di musica! Che cosa ascolti in questo momento?

Ho dei gusti musicali molto vari. Se la musica mi piace non m’importa del genere. La musica per me ha un ruolo fondamentale visto che sono cresciuto negli anni 70. Durante quel decennio, sono passato dall’amare Captain and Tennille, nei primi anni 70, alla scoperta della New wave e il Punk nella seconda metà del decennio. Mi è sempre piaciuta quel tipo di musica, ricordo la scoperta dei Sex Pistols e la loro rivoluzione che spazzò via di colpo tutta la musica mainstream di quel momento storico.

Da lì, ho continuato ad amare gli X un gruppo Punk californiano, i Replacements, i Clash, Tom Waits, i Pogues, Butthole Surfers, ecc. Poi ho iniziato a scoprire le radici di ciò che ha ispirato i musicisti che ho amato. Mi sono “fissato” con: Hank Williams, Johnny Cash e Leonard Cohen. Ascolto ancora musica contemporanea ma sta diventando sempre più difficile trovare cose buone per i miei gusti.

Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

Sono influenzato prevalentemente dai ritratti e dalla moda degli anni 20 del secolo scorso. Adoro I ritratti dei vecchi fotografi di inizio 900 come Baron Adolf de Meyer e Gertrude Kasebier. La fotografia che va dagli anni 40 fino agli anni 60 influenza molto il mio stile, specialmente I primi lavori di Richard Avedon e Lillian Bassman.

Cosa pensi dei social media? Sono veramente utili? Che piattaforma preferisci per promuovere le tue immagini?

In questo momento, sono fondamentali… Sopratutto Instagram. Sono l’unico modo con cui le persone possono venire a conoscenza della mia arte. Le mie foto si possono trovare anche su Magazine o Gallerie ma certamente sono i Social a fare la parte da leoni. Il problema, per noi fotografi erotici è superare il crescente grado di censura delle piattaforme online. Ad esempio: Instagram e Facebook si sono aperte di più alle immagini con una valenza sensuale esplicita, mentre Tumblr; che era fantastica! Ha introdotto una politica talmente ottusa da non concedere più nulla agli artisti. Flickr e 500px consentono ancora la nudità purché sia correttamente contrassegnato come NSFW (contenuto adulto). Ma chissà per quanto tempo ancora.

Hai collaborato con Dita Von Teese e con artisti come Robert McGinnis. Puoi parlarcene?

Si, la collaborazione con Dita/McGinnis è stata un sogno divenuto realtà. Non avrei mai neanche lontanamente immaginato che qualcosa del genere potesse accadere, McGinnis è un illustrator/pittore, che ha dipinto molte opere famose. Ha fatto tutte le locandine per i film di James Bond e anche Colazione da Tiffany e tanti altri ancora. Ha dipinto anche un gran numero di copertine per romanzi erotici negli anni 60.
Adesso, a novant’anni, lavora ancora. Pubblica illustrazioni per romanzi gialli.
Hard Case Crime, un editore specializzato in letteratura pulp e gialla con ambientazioni anni 40/50 ha pubblicato un romanzo inedito di: Erle Stanley Gardner, (l’inventore di Perry Mason), intitolato: “The Knife Slipped” e hanno scelto McGinnis come illustratore della copertina. Così, per avere del materiale che lo ispirasse in questo lavoro, hanno chiamato me, e Dita Von Teese (con lei ho lavorato in precedenza nel 2005) chiedendoci di scattare delle foto che potessero venire utilizzati da McGinnis come base su cui ricreare la cover del libro. Considero questo come uno dei momenti più importanti della mia carriera.

C’è qualche prossimo progetto o evento di cui vorresti parlare?

Se riesco a trovare I fondi per libro EXTEMPORE, organizzerò qualche evento durante il quale firmerò copie del libri in diverse città tra quest’anno e il prossimo. Una volta conclusa questa fase comincerò a lavorare al secondo libro della serie ARRANGEMENTS.

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Testo e traduzione: Sara Ballini / Editing: Federica Galbiati.

Photographer: Steve Diet Goedde / Facebook / Instagram