Aleksandr Lishchinskiy: Le sconosciute del mar d’Azov

Non mancava molto all’arrivo del mattino e quelle tre ore fugaci, dopo una notte strana per entrambe, le diedero modo di ricordare chi erano. Forse avevano trovato un inizio di equilibrio, forse si erano raccontate solo sciocchezze senza seguito, ma ora avrebbero voluto crederci, avrebbero voluto che quello che si erano ripromesse potesse veramente solidificarsi con la scomparsa di quella notte tossica, con uomini maleducati e di alcool bevuto nella speranza di un sonno più profondo e meno intimidatorio.

Come in una sorta di posizione uscita da un dipinto di Toulouse-Lautrec, Ekaterina si trasse fuori dalla vasca, con gli stivali intrisi per metà d’acqua e il velo nero chiazzato di schiuma bianca odorosa di felce, da dove gli uscivano i lunghi capelli fradici corvini. Con un piccolo scivolare arrivò a prendere una sigaretta da un pacchetto sberciato sul mobile sotto il grande specchio, tra saponette e profumi maschili.

Anastasiya non vide il suo goffo inciampo perchè con gli occhi chiarissimi osservava stanca un lampione solitario, dove miliardi d’insetti volavano illuminati in quel viottolo di campagna della bassa padana a largo di un paese: Cortemaggiore – letto fugacemente sul cartello segnaletico della provinciale mentre il grasso signor Garlini le aveva portate da Milano in quella appiccicosa provincia di Piacenza.

L’unica costruzione esistente sotto la luna spoglia era quella vecchia, enorme cascina ristrutturata da villone con velleità architettoniche che la dividevano in una parte pubblica – “trionfale”, e in una “privata” – contadino-minimalista placcato oro. Il mais era stato mietuto e un’estate travestita si sarebbe trascinata a lungo fino ai pressi d’ottobre. Così prevedevano tutti i meteorologici delle TV. Ma a lei non importava, andava bene così, nel suo paese le estati non erano tanto magnifiche nella durata. Beveva direttamente dalla bottiglia piccoli sorsi d’acqua di rubinetto, era stata costretta a bere più di quello che una ballerina poteva sopportare in una normale serata di lavoro in un buon locale notturno.

Fino ad allora non si erano mai viste né conosciute. Erano state profumatamente pagate dal quel grasso Signore con le dita piene d’anelli con pietre d’antenati, i capelli un pò lunghi come andavano negli anni novanta e dai consunti tatuaggi sugli avanbracci fatti chissà dove nel passato. Garlini passava molte sue serate con i suoi amici di provincia nei locali milanesi, con una predilezione per i costosi night club. Era un buon cliente sia al “Royal Burlesque” che al “Venus Club” dove spendeva parte dei suoi lauti guadagni fatti con il salumificio di famiglia.

Dopo molte insistenze da parte di Garlini, uno dei responsabili del “Venus” chiese ad Anastasiya di fidarsi di quell’omone. Così successe anche per Ekaterina con il direttore artistico del “Royal Burlesque”. Entrambe salirono sulla sua macchina nel primo pomeriggio per andare a intrattenere gli ospiti al 18° compleanno di Teo, nipote di quel ricco emiliano, senza mai rivolgersi una parola.

Le vestirono da suore sexy, ballarono su dei cubi e si esibirono scatenate con i loro corpi potenti e sinuosi su pali di pole-dance illuminati. La serata era intensa, ma il lunedì portò tutti gli astanti a lasciarle sole un poco per volta e a piccoli gruppi gli ospiti del festeggiato si dileguarono. Rimasero con il personale del catering e gli inservienti che smontavano tutto. Si trovarono nella parte “privata” del villone, stanche, sudate e ancora vibranti per la tensione che sciolsero in una maniera che non avevano mai fatto con una sconosciuta.

Dalle finestre aperte entravano rumori e voci marcatamente romagnole, con schiocchi e biascichi che non capivano. Il letto era acquosamente madido, come solo la pianura o il mare possono fare. Sdraiate sentivano gli antichi materassi imbottiti di lana tumefarsi. Entrambe – durante tutta la serata, avevano osservato i loro movimenti corporei per coordinarsi e per darsi cenni d’intesa senza parlarsi, mentre la musica tuonava insieme alle luci stroboscopiche fino nelle stalle e nei porcili più lontani.

Anastasiya seduta sul bordo del letto aspettava qualcosa. Ekaterina sdraiandosi appoggiò la testa sulle sue gambe guardandola intensamente, Anastasiya disse a mezza voce uno strano vezzeggiativo che l’altra intese bene, aprendosi in un sorriso amaro ” Siamo ucraine tutte e due… è bello quello che mi hai detto, ma non sono più una bambina”.

“Con tutto quel rumore…” soggiunse ancora Anastasiya che sembrava diventare più bionda e cristallina nello sguardo – “Mi ero convinta che tu fossi russa o bielorussa”. Ekaterina si sentiva accarezzare il ventre e più giù. Tese il capo, – “perché non mi saluti meglio e in ucraino?” scherzando i volti erano diventati solo della strada del Caucaso e come per una memoria lontana si baciarono sulla bocca. Non era un saluto cortese ma una voglia di sentire anche fisicamente la lingua dell’infanzia che si era fatta solitudine voluttuosa da consolare.

Le tonache nere finirono a terra. Si cercarono con carezze e cura i loro punti liquidi che aspettavano di essere percorsi nelle sorgenti più profonde, mentre spargevano indecorosi profumi saporiti delle bocche in altre bocche, tra le dita dove la luce entra solo se spinta con la volontà di dare piacere, o respinta dalla paura del dolore.

Sulla pelle biancastra delle due il solleone delle isole mediterranee le aveva percosse infuocandole dei colori di Cleopatra, presto assorbiti dalla fame di melanina della loro stirpe variaga.

Godettero con tutti i sensi di tutto ciò che avevano di levigato e liscio, solo sui tatuaggi la saliva diveniva più lucente. Solo quando, con gli occhi socchiusi dal frenetico piacere, le bocche aprivano le grandi labbra frollate da dita smaltate di rosso e bianco, si accorsero di quanta poca luce bastava per far brillare quelle vulve pulsanti, che rigettavano il loro mare tra perle di vapore prodotto dall’immane pianura che non cessava di sbuffare umidità.

Anastasiya cedette, la stanchezza della giornata non poteva farle andare oltre. Pose il suo viso su una natica di Ekaterina, le mani dalle falangi magre sulle cosce si impigliavano nei lacci degli alti stivali. Ekaterina volgendosi disse un pò involontariamente una cosa che non avrebbe voluto sentire: “Tu, hai un ragazzo qui in Italia?”

Anastasiya sollevandosi non staccò i suoi occhi da quelli di Ekaterina e cercando il suo ventre andò sotto l’ombelico, sentendo il fascio della muscolatura rientrare all’interno. Quella notte gli parve gli dovesse sfuggire. Così gli cinse con una mano il sesso, ne sentì ancora la consistente trasudazione e come un tracciante ne seguì l’origine entrandovi leggera con le dita oscillanti. La cheratina delle unghie pareva ammorbidirsi in un balsamo. Poi rauca rispose “Sì, ho uno con cui sto insieme ma non lavora nel nostro settore…”

” Ekaterina allargò una gamba e si lasciò socchiudere sempre di più con quelle dita il pube morbido e rasato inarcando istintivamente la schiena. Voleva gemere ma tacque. Si sfilò lenta, Anastasiya capì e si portò la mano intinta in quell’aroma femminile alla bocca, che fece un cerchio intorno alle dita laccate di bianco. “Anche io sto con uno a Milano… Ma che c’entra…” Si sedettero sul letto “Mica lo amo, sì, mi piace, è simpatico ma sa anche lui perché ci sto. Non fai così anche tu?” Quasi deluse si posero di spalle.

Ekaterina si sistemava i capelli sotto il velo che volutamente non si erano tolte per soddisfare la loro reciproca malizia. Erano abituate a vestirsi ogni sera con costumi differenti e bizzarri nei loro spettacoli danzanti o durante altre performance più sensuali ed esplicite. Era come se indossassero i loro costumi di scena. La loro nudità sapevano che faceva effetto su tutti e anche su di loro, abituate a essere in competizione sotto i riflettori nei night club, sulle spiagge o al supermercato. L’arma della seduzione era sempre stata facile e molto potente da usare.

Lasciando ricadere il crocchio di capelli sciolti sulla schiena Ekaterina proseguì in ciò che gli dava fastidio dire o sentire: “Però è diverso, io sto con quest’ uomo perché Milano è carissima, non voglio spendere tutti i soldi che guadagno condividendo i piccoli appartamenti dove i padroni dei night ci stipano in quattro per stanza. Con lui me la godo come una signora e in più faccio quello che voglio a casa sua.” Anastasiya la assecondò “Beh, per me vale lo stesso discorso anche se il mio diciamo che è più dimesso. Comunque tra pagare l’affitto e subirmi le continue richieste di un uomo… preferirei stare come stasera.”

S’alzarono e Anastasiya si mise a riassettare il letto come una sposa solerte e pensierosa. Ekaterina osservava quel gesto stupido guardandogli muovere i fianchi chinata, gli piaceva molto quel sedere dove si notavano le strisciate delle sue unghie. “Con il nostro lavoro si fa presto a fare il pieno con gli uomini…” Ekaterina considerava questo anche lei come inevitabile, erano costrette ad una vita nomade con relazioni spezzate.

Quella notte la stessa nazionalità e una disarmante spontaneità le aveva portate ad una debolezza mai conosciuta in altre situazioni e nei loro scambi sessuali. Non si stupirono della loro bravura nel darsi piacere. Quando a Milano erano salite nella macchina del grasso Garlini durante il loro silenzioso viaggio fino a Cortemaggiore si lanciavano furtivi sguardi indagatori. All’inizio della festa, nella mischia degli ospiti, subivano le pesanti mani che le palpeggiavano come culatelli saporosi per unti gnocchi fritti bollenti e ubriachi.

Ma quando la musica salì fino a strozzare tutte le parole avevano già appreso un movimento sincronico che le portava a volare nude sui pali della pole-dance come grosse libellule innamorate. Gli unti gnocchi fritti potevano solo pensare che quelle livree muscolose e rotonde non sarebbero mai cascate nel retino di un dilettante.

Anastasiya, rimboccato il letto, cercò una fuga verso il bagno. Ekaterina gli chiese: “il tuo accento é della zona di: Berdjans’k vero?” – A quel punto gli occhi di Anastasiya divennero saturi di mare. Il mar d’Azov paludoso della sua infanzia e dell’adolescenza trascorsa a osservare macilenti turisti russi a passeggio lungo i viali nelle pause delle cure termali.

Entrò nel grande bagno smarrita, guardando allo specchio il chiarore struggente dei suoi occhi che riflettevano la risacca di quel mare nascosto e lontanissimo anche in quella superficie rivelatrice solo di realtà. Mentre lei quel mar d’Azov pareva averlo nelle narici. Con un gesto della mano si tolse le gocce salate che gli bagnavano il viso.

Ekaterina aveva sentito l’onda infrangersi dello stesso mare, e quell’onda che traeva forza dai bassi fondali ora proveniva dal bagno. Lo sciabordare degli occhi di Anastasiya gli aveva raccontato che erano due sconosciute che la corrente aveva trascinato per sogni in quella pianura colma di zanzare ed insetti.

Le due sconosciute avevano visto e valutato come fosse dura vivere facendo i bagni di fango a vecchi ciccioni che parlavano di Unione Sovietica, sopravvissuti alla cattiva vodka con accanto mogli infrante da matrimoni di schiaffi. Era meglio giocarsi la giovinezza e l’avvenenza piuttosto di rimanere in quel mare basso che d’inverno stritolava le coste con un ghiaccio che andava fino alle foci del Don.

“Anastasiya!” – Anastasiya…” – gli occhi di cristallo quasi azzurri perfettamente pennellati dal pesante trucco di scena, sbattendo le ciglia, dispersero le rimanenti gocce di mare rimaste impigliate a quegli occhi. Voltandosi imprigionò la nostalgica distesa marina all’interno dello specchio.

“Posso entrare?” – “ma che fai… Sei triste?” – Ekaterina aveva fatto una domanda stupida perché la tristezza stava devastando anche lei e il suo futuro. In un lampo il pensiero tornò a al sesso fatto con quella sconosciuta.

Appoggiandosi sul battente della porta pareva un gatto che voleva imprimere il suo odore, la mano raschiava la coscia per impedire di toccarsi un sesso di nuovo lavico e il piercing all’ombelico rifletteva gli umori del ventre.

Lo sguardo di Ekaterina oscillava, gli occhi scuri come i capelli assorbivano la luce del bagno verso di loro “Ti posso parlare?” Quella domanda non aveva nulla a che fare con quel serpente tentatore…

Ma Anastasiya quella notte era stata impollinata dal seme di un fiore della sua stessa specie, nato nelle lagune del mar d’Azov e che portava il suo odore fin dentro la sua cameretta di bambina nella piccola cittadina di Berdjans’k. La tradirono il moto delle belle natiche che sorrisero, contraddicendo il suo volto contratto in un costruito stupore da pin-up.

“Sì certo!” quella ragazza bionda cambiando il baricentro incurvò la schiena, le fossete di Venere si spostarono istantaneamente su una diagonale rivolta verso all’altra donna. La polpa dei glutei con un dolce moto trasmetteva piccoli sobbalzi gelatinosi ondulanti e le pieghe di carne alzandosi scoprivano l’occhio grinzoso dell’ano socchiuso.

“Puoi chiedermi quello che vuoi…” – La grande stanza da bagno le guardava muoversi dall’alto. Con l’ampia falcata Ekaterina annientò lo spazio che le separava, i tacchi colpirono il finto marmo delle mattonelle anti scivolo calpestate da una regina che ammiravano dal basso, sottomesse ai suoi piedi.

“Allora non voglio più che tu scappi! – In che senso? – Anastasiya non capii subito ma ci sarebbe stato tempo, le bocche si sfiorarono non potevano trattenere più il tormento e lunghi minuti dentro le bocche passarono senza che indugi potessero ancora dividere le loro membra rianimate dall’impeto fresco della loro età.

L’umidità della notte stava calando tutte le sue carte, Ekaterina accaldata e scivolosa di baci e saliva spalancò la finestra osservando che i ragazzi del catering avevano quasi terminato di caricare il furgone con i loro attrezzi.

La sua figura ruppe il rettangolo di luce che si proiettava sul cortile, due braci di sigaretta s’infuocarono tirate dal mantice della bocca di assonnati camerieri che l’osservavano controluce. non potevano riconoscere chi delle due ballerine fosse, ma quella sagoma curvilinea li risvegliò mentre il motore del furgone sibilò un’accensione diesel.

Aprì i rubinetti della vasca buttando nel gorgo che saliva uno spruzzo ambrato di bagnoschiuma. “Adesso che torniamo a Milano tu, quanto tempo hai di contratto con il Venus?” – Anastasiya tornava dalla camera da letto, portandosi la bottiglia d’acqua che era sul comodino. Si accese una sigaretta del pacchetto che stava sul mobiletto sotto lo specchio e rispose soffiando del fumo verso il soffitto attento.

“Sono arrivata all’inizio di settembre, ero stanca di Mykonos me ne sono andata prima che il Venus riaprisse. Rimango qui fino all’otto gennaio.” – “Poi dove vai?” – “Dusseldorf e ad aprile al Butterfly a Kyoto” – “Non sei stanca di doverti infilare nel letto di tanti uomini anche solo per motivi stupidi? – Anastasiya chinò la testa “Se trovassi un pollo giusto mi fermerei magari qui in Italia o anche in Spagna. A me piace il mio lavoro, mi piace ballare… Certo, non siano ballerine di prima fila del Bolshoi, non sono più la ragazzina che sognava di diventare un étoile frequentando la piccola scuola di danza di Berdjans’k.”

Ekaterina l’ascoltava mentre entrava nella vasca ricolma di schiuma senza togliersi gli stivali che gli arrivavano alle cosce, immergendo il capo avvolto ancora con il velo da suora. L’acqua era quasi fredda. “Un americano non ti piacerebbe?” – “No, l’America è troppo grande, e io non voglio più fare sogni troppo grandi. Mi accontenterei di un passaporto europeo… Magari seduco un pensionato e mi faccio sposare.”

Anastasiya, mentre si sedeva sul bordo della finestra del bagno, finalmente sorrise alla sua stessa battuta. Il cortile finiva in un viottolo mal illuminato che non si capiva dove poteva andare anche di giorno.

“siamo state bene insieme stanotte, mi sono sentita speciale con te” disse rilassata Ekaterina, languida nella vasca. Aveva uno sguardo trasognante. “E’ successo anche a me” – ammise Anastasiya “non avevo mai capito quanto in realtà potesse piacermi una donna”. Il silenzio si mise tra le due poi Ekaterina parlo come se avesse già deciso per entrambe.

“Adesso che torniamo a Milano voglio che viviamo insieme, non m’importa per quanto tempo, ma voglio vivere con te, penso di essermi innamorata come una pazza, voglio essere felice per un pò… voglio avere più coraggio, voglio avere te!” – Anastasiya rabbrividì a quelle parole, aveva anche lei ricevuto quel colpo. Aveva anche lei sentito nel cuore il dardo di un amore che non aveva mai provato. – “Ti assicuro Anastasiya che ti amo, voglio stare solo con te e non m’importa cosa dovrò fare per averti. Sono disposta a seguirti fino a quando non mi caccerai, ma adesso dimmi che non mi hai presa in giro, giuramelo…”

Anastasiya aveva pensato che in tutta quella storia era lei quella più debole, quella che aveva sentito di più il coltello fendergli il cuore. Ma si era sbagliata. Aveva trovato l’altra parte della mela in un’altra donna e tutto si faceva più difficoltoso, impegnativo. La guardò nella vasca toccarsi chiamandola e desiderandola accanto a lei, tra le sue gambe vaporose. Voleva sfregare il suo sesso contro quella pesca tagliata e odorosa che gli ricordava i frutti del mar D’Azov. Quella mattina entrò nella vasca palpitando e giurò a Ekaterina d’amarla. All’alba avrebbero avuto un sacco di problemi da risolvere.

Testo di: Max Capogna – Editing: Dario Puddu.

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